giovedì, 26 aprile 2007

Questa citazione è per chi mi conosce, sa chi sono e cosa faccio per vivere. E sa come sono ridotto

"Fabbricando case ospedali casermoni e monasteri
fabbricando case ci si sente più veloci e più leggeri
fabbricando scuole dai un tuo contributo personale all'istruzione
fabbricando scuole sub-appalti e corruzione bustarelle da un milione
fabbricando case popolari biservizi secondo il piano regolatore
fabbricando case ci si sente vuoti dentro il cuore
ci si sente vuoti dentro il cuore
ma dopo vai dal confessore e ti fai esorcizzare
spendi per opere assistenziali
per sciagure nazionali e ti guadagni l'aldilà
e puoi morire in odore di santità
fabbricando case
fabbricando case ospedali casermoni e monasteri
fabbricando case ci si sente più veloci e più leggeri
fabbricando case assicuri un avvenire ai tuoi figli con amore
fabbricando case col sorriso e col buonumore
col sorriso e col buonumore
ma dopo vai dal confessore e ti fai esorcizzare
spendi per opere assistenziali
per sciagure nazionali e ti guadagni l'aldilà
e puoi morire in odore di santità
fabbricando case"

rino gaetano album Nuntereggae Più 1978

postato da: kiomann75 alle ore 13:42 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 23 aprile 2007

".... Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards. Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che vuole l'affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi…."

Ecco lui crede, io invece sono stanco.

Sono stanco di fraintendere sempre le dichiarazioni pubbliche e sono stanco di essere un coglione. Sono stanco dei furbetti del quartierino che ormai è diventato una metropoli. Sono stanco di chi lavora sempre più di me, guadagna meno di me e io sono quello che sta meglio di tutti.

Sono stanco dell’incompetenza a caro prezzo e della maleducazione regalata.

Sono stanco dei dipendenti pubblici. Sono stanco delle varie sfumature delle cose. Sono dei rallentamenti e dei lavori stradali.

Sono stanco di essere considerato quello che desidera la tv spazzatura e la cultura scadente.

Sono stanco degli insulti pubblici, delle risse parlamentari, dei video amatoriali, delle veline, dei calciatori, di tutte le …opoli, delle desinenze dei suffissi e dei prefissi.

Sono stanco di aver solo tre metri sopra al cielo, e non lo spazio infinito.

Sono stanco degli comici che scrivono libri, degli sconosciuti che fanno gli attori, dei presentatori che fanno i parlamentari e dei giornalisti che fanno i comici.

Sono stanco anche della guerra, della fame nel mondo, della pena di morte, ma di tutte queste cose credo che siano in tanti ad essere stanchi. Delle altre invece non mi sembra.

Sono stanco dei miei 31 anni. Ho 31 anni e sono già stanco.

postato da: kiomann75 alle ore 20:35 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 15 aprile 2007

Scrivere è tante cose, a volte è  un congegno: un incipit dato da altri diventa un avvio che srotola una  storia. L'inizio è dato e noto, il seguito e la fine no. La consegna sono le prime due righe, il resto è direzione, percorso preso. 

“Me ne vado! Non ascolto più i tuoi lamenti cupi e stretti. Apro il mondo ai miei desideri vestiti di colori pastello. La forza del rosso e delle sue sfumature arriveranno”

Reazione esagerata, neanche le avessi detto chissà che. Ma Mila è così, un talento naturale per la recitazione ed io sono il suo pubblico. D’effetto anche l’uscita di scena, una mezza piroetta per prendere al volo la giacca sulla poltrona, alzata di mento, scrollata rapida dei ricci castani che le scendono sulle spalle e via. Fuori.

“Me ne vado”, ha detto. Ma tanto so che torna.

Cominciò a parlarmi di sé in questo modo enigmatico e un po’ teatrale, un pomeriggio di fine estate. Sfogliava una rivista di moda e commentava ad alta voce.

-Non sopporto le persone che si vestono di bianco. Sono ipocrite-

Io facevo finta di non sentire, assorto nella lettura del giornale.

-Il bianco porta in sé l’idea della purezza, del pulito perfetto, ma chi lo indossa sa che una maglietta o una camicia bianca smetterà di essere tale appena il tessuto toccherà la pelle. Anche se si è freschi di doccia. Il candore è un’utopia e chi si veste di bianco mente a se stesso. Ma mi ascolti?-

Certo che ascoltavo, ma speravo di non essere coinvolto. La sua passione amorosa per Franz, il tedesco, si era appena conclusa e ne eravamo usciti entrambi con le ossa rotte. Gli equilibri tra noi erano precari più che mai e le parole rischiavano spesso d’essere fraintese, soprattutto le mie.

Meglio quindi sorridere, annuire e astenersi dai commenti, per prudenza.

Dopo l’estate non sapevo cosa aspettarmi da lei, c’erano segnali di un cambiamento così evidenti che avrei dovuto essere cieco per non coglierli. Il look total black venne abbandonato e apparvero maglie e pantaloni verdi, di varie tonalità: oliva, bottiglia, militare. Finalmente appariva un colore, anche se accostato sempre al nero. Un colore solo, ma era già qualcosa, e su quel qualcosa azzardai un’osservazione, così, per tentare un avvicinamento. Gesto un po’ precipitoso. Un cambiamento infatti non si può accelerare, ha i suoi tempi, che vanno assecondati.

 La risposta di Mila comunque mi scaldò il cuore.

-Perché un colore solo-, chiesi -Sempre e solo verde…

-Cosa credi, che voglia arrovellarmi il cervello anche quando devo vestirmi per uscire? Che voglia angosciarmi la vita con la storia degli abbinamenti giusti? E’ già abbastanza difficile così, per me.

Il nero mi proteggeva, mi dava sicurezza, non puoi sbagliare se ti vesti tutta di nero- Poi prese fiato e si calmò –Un colore alla volta-, disse guardandomi negli occhi. Suonava come una promessa, quasi volesse dirmi, vedrai, ce la farò a stare meglio.

Poi venne l’arancione, e mai me lo sarei aspettato. Lei così ombrosa e piena di spigoli cominciò ad arrotondarsi e a schiarirsi. Fasciati d’arancione apparvero seni e fianchi prima nascosti da anni di nero abbondante, e il suo viso si riscaldò di sorrisi lasciati da storie d’amore e di amicizia.

Ma io non ero allarmato, sapevo che non pensava più di partire, andarsene, come era successo con Franz, il tedesco. L’allentamento della tensione tra noi mi permise allora di riflettere su alcuni aspetti del nostro rapporto che prima non avevo potuto o voluto considerare. Forse si era conclusa una fase della nostra vita a due. Mila era più serena, la vedevo girare per casa vestita d’azzurro e di rosa, tinte morbide e tenui, contenta d’essersi laureata e indecisa su cosa fare. Il percorso per arrivare a sentirsi bene con se stessa era durato anni. Anni in cui, per consentirle di portare a termine la sua ricerca di una identità, io mi ero fatto carico di tutti gli aspetti organizzativi della convivenza, liberando lei da qualsivoglia pensiero pratico. Adesso la situazione andava modificata.

Cambiai così il mio atteggiamento nei suoi confronti, in maniera forse un po’ ostile all’inizio, ma anche io dovevo abituarmi alla mia nuova intenzione. Cominciai a farle notare che la gestione della casa era tutta sulle mie spalle, informandola che d’ora in avanti avrebbe dovuto collaborare occupandosi delle pulizie, del bucato e della spesa alimentare. Rispose che doveva pensare a questioni più importanti, tipo cosa fare nella vita. A questo punto della sua esistenza non aveva tempo da sprecare, lei, doveva scegliere come affrontare il mondo, se accettare cioè il meccanismo concorsi-graduatorie-ruolo fisso o privilegiare esperienze lavorative varie e differenti, precarie, si, ma ricche di stimoli culturali importanti per la sua crescita personale. Certo le piaceva di più la seconda modalità, ma non sapeva ancora se avrebbe avuto il coraggio di accettarne i rischi.

Combattuta tra l’ansia di stabilità e la voglia di scoprire in sé nuove potenzialità, Mila si oppose di fatto alle mie richieste di collaborazione, diventate ogni giorno più pressanti. Fino ad oggi, quando uscendo di casa ha declamato il suo “Me ne vado!”. Che non credo di dovere prendere alla lettera.

Abbiamo superato fasi peggiori, in cui la tensione tra noi era al massimo. Il periodo nero, ad esempio, quando Mila, tra i quattordici e i sedici anni, con me non parlava ed io sopportavo i suoi silenzi pesanti non sapendo cos’altro fare. Non è stato semplice crescere una figlia da solo, e anche adesso che è adulta sento forte il timore di perderla prima del tempo, prima cioè che si senta pronta ad aprire il mondo ai suoi desideri vestiti di colori pastello, come ha declamato. Non ricordo esattamente cosa ho detto prima che uscisse, ma più penso alla sua reazione, così teatrale, più sorrido.

Intanto si è sbollita anche la rabbia che provavo nel vedere respinto ogni mio reclamo. Continuerò a fare il padre come ho sempre fatto, che vuol dire anche occuparmi di bucato, spesa e pulizie, aspetti pratici che non hanno bisogno d’essere appresi. Da un momento all’altro vedrò Mila

con addosso la forza sana, giusta per affrontare il mondo apertamente, lo so, e quando arriva a casa voglio dirglielo.

Magari torna vestita di rosso.

 

postato da: cantiere alle ore 00:59 | Permalink | commenti
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