lunedì, 03 maggio 2004

GLI ULTIMI APPUNTAMENTI

Arzdoure ancora belle pienotte, fra i sessanta e i settanta, col vestito buono della domenica e il fazzoletto in testa, ferme a fianco della bicicletta ad un crocicchio di strade ghiaiate, in mezzo a campagna in un pomeriggio primaverile:

At deg chang la fen brisa…

Se se, an val brisa la péna…

Se sé, l’é béla trop tèrd, at tal deg mé...

L’é ancoura l’ureri invernél, al cenc al sera..

A rischen d’arriver là e truver al canzél sré…

Stetra volta a perten prema, ag vol dal temp….

Lì per lì, presa alla sprovvista, ho pensato: Chissà in che diavolo di locale vanno delle vecchie a prendere l’aperitivo. Vecchie nonne.

Mia nonna era un tipo più solitario. Anche lei, però, aveva i suoi appuntamenti settimanali. E non ne saltava uno. Doveva proprio nevicare. O piovere fortissimo.

Ci andava due, tre volte a settimana, a giorni e orari fissi.

Partenza di mattina presto e ritorno passato mezzogiorno. Il pomeriggio a riposarsi dalla fatica.

Arrivava al cimitero in bicicletta, e già era una bella acrobazia. Fiori dentro la borsa grande, fiori fissati davanti al manubrio e dietro il sedile. Bisognava fare molta attenzione a scendere, appoggiare piano la bicicletta contro il muro. Scaricare i mazzi. Guai a rovinarli. Trovare la maniera di lasciare libera una mano per il segno della croce all’entrata.

Faceva il giro dei suoi morti, si fermava ad ogni tomba. La madre, il padre, quattro o cinque fra fratelli e sorelle, il figlioletto morto all’età di due anni. Altri parenti più lontani. Un percorso a fermate prestabilite per arrivare, da ultimo, alla tomba del nonno.

C’è del lavoro da fare ad ogni fermata. Devo pulire dalle erbacce la lapide, se la tomba è per terra. Se invece il tombino è in alto, vado a prendere la scala. Salgo e scendo lentamente. Piano. Bisogna fare molta attenzione a non cadere. Fare la fila alla fontana, la fila per la scala. Nell’aspettare mi concedo quattro chiacchiere con le altre donne, anche loro in visita.

Scelgo e tolgo i fiori appassiti, raggiungo il bidone, poi la fontana, lavo bene il vaso e lo riempio di acqua fresca. Riporto indietro il vaso, che è molto pesante. Dispongo con curo i fiori nel vaso.


Mia nonna ci metteva sempre almeno dieci minuti a disporre i fiori nel vaso. Poi posizionava il vaso dentro il porta vaso e ancora non era contenta. Spostava un fiore un po’ più a destra, un altro più a sinistra. Toglieva o aggiungeva qualche ciuffo verde a riempitivo di qua o di là. Per comporre il benedetto mazzo, mai meno di venti minuti, mezz’ora.

I fiori li aveva già raccolti lavorando buona parte del pomeriggio precedente in giardino. Faceva attenzione al colore, alla lunghezza del gambo, al grado di fioritura. Ancora più importante per lei era la scelta del verde, il tipo di foglia, la quantità. Il verde protegge, accarezza e valorizza i fiori. Mia nonna non spiegava mai nulla. Faceva. E diceva: guai a sbagliare il verde! Componeva diversi mazzi, li metteva a bagno in acqua. Il mazzo per mio nonno era sempre il più grande, il più bello.

Per anni il suo mondo fu curare il giardino, coltivare l’orto per la casa e i fiori per il cimitero. Non mi ricordo di aver mai visto un mazzo di fiori in casa sua. Nonna regalava insalata o zucchine, carote o pomodori. Mai fiori. Per lei, sarebbe stato come rubare. Non si ruba l’amore ai morti.


postato da: kalimera alle ore 22:34 | Permalink | commenti (5)
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